giovedì 15 novembre 2007

La religione del laico

Ieri sera sono andato a sentire Ernesto Galli della Loggia e Giovanni Maria Vian che presentavano il libro del Papa su Gesù. Non era presente l’autore. E nemmeno l’argomento.


Io ho problemi con le feste comandate. Carnevale mi dà gli eritemi. Quando arriva Capodanno, il mio più ardente desiderio è coricarmi alla sera del 30 dicembre e miracolosamente svegliarmi al mattino del 2 gennaio. Quest’anno gli Inglesi sono riusciti a rovinarmi perfino la Pasqua sostituendo alla figura del Cristo morto e risorto quella di un coniglietto che zompa felice fra le uova variopinte. Gli stessi Inglesi hanno da tempo abolito gli auguri di Natale sostituendoli con i più generici (e meno islamofobici) Merry Festivities (è da questi dettagli che si distingue una religione vera da un’eresia divertente). In Italia il nome di Natale dovrebbe resistere ancora per una decina d’anni, con la sua etimologia che rimanda ineludibilmente alla nascita di Cristo e con l’iniziale maiuscola che ne sancisce l’unicità; ma sin d’ora stiamo facendo il possibile per rinsecchirlo, a furia di esagerare. Per dire, le vetrine della Upim mi fanno gli auguri di buon Natale e buon anno già dal giorno dei morti. Solo il permanente scintillio di Annabella mi impedisce di notare se hanno sistemato gli addobbi a fine ottobre, come suole, o se le vetrine stanno ancora brillando di luce propria, come sempre. Avantieri mi sono trattenuto dal malmenare un Babbo Natale camuffo costretto a distribuire flaconcini per strada – il 13 novembre, sottolineo, quarantadue giorni prima – solo considerando che forse come me era laureato in filosofia e quello era l’unico lavoro che gli era riuscito di trovare, miserello (e considerando che, essendo più grosso di me, avrebbe vinto e il combattimento si sarebbe rivelato controproducente). Nonostante che io bazzichi brume lombarde da quasi dieci anni ormai, ancora non mi rassegno all’esistenza del Calendario dell’Avvento, perversa tradizione longobarda (e tedesca, aggettivo che quasi mai è complimentoso). A beneficio di mia madre spiego che il Calendario dell’Avvento consiste in un pannello con ventiquattro finestrelle, una per ogni giorno dicembrino precedente il Natale; aprendo ogni giorno la finestrella corrispondente si trova all’interno un cioccolatino, che si provvede a scartare e quindi a inghiottire. A beneficio dei lombardi, ormai completamente estranei alla prima crociata, ricordo che l’Avvento è la Quaresima d’autunno e come tale dovrebbe servire a preparare le vie (interiori) per la venuta di Gesù Bambino, non per mangiare cioccolatini a sbafo e con puntualità sibaritica. Pertanto quest’anno il mio augurio, anticipato oltremodo come quelli dell’Upim, è che chiunque possieda un calendario dell’Avvento trovi dietro ogni finestrella una piccola ghigliottina che gli mozzi un dito al giorno, costringendolo a fermarsi il 10 dicembre – o il 20, se ha i piedi prensili.


Si avvicina la fine dell’anno (liturgico) e in preda all’angoscia sono corso alle Edizioni Paoline, a Pavia accuratamente nascoste in una stradina buia (nonostante che a Pavia tutte le strade siano stradine e tutte le stradine siano buie; questa era più stradina e più buia delle altre), al solo scopo di acquistare un calendario (liturgico) del prossimo anno (liturgico). Si apre la porta a vetri, incedo nello stabile, vengo accolto da due suore libraie una delle quali mi chiede cosa desideri. “Vorrei un calendario (liturgico) dell’anno nuovo (liturgico)”, le notifico con dovizia di parentesi orali. Me lo porge e mi fa i complimenti: “Ma che bravo! Vuol dire che segue la liturgia.” E io, delle infinite risposte che potevo darle, non trovo niente di meglio che: “Be’, almeno quella.”


Giova ricordare alle masse che il calendario liturgico costa quarantacinque centesimi di euro, equivalenti grossomodo a novecento lire, e dura tutto l’anno (un quotidiano che conta frottole costa un euro, più del doppio, e dura trecentosessantacinque volte di meno). Il calendario liturgico non è ingombrante, come potrebbe far supporre l’aggettivo, ma non va appeso al muro, come potrebbe far supporre il nome. Ogni pagina del calendario liturgico contiene una settimana che inizia alla domenica e finisce al sabato successivo; ogni riga contiene l’identificativo del giorno (esempio di oggi: 15 novembre), il colore della pianeta del celebrante (oggi verde: è tempo ordinario), i Santi del calendario romano (Sant’Alberto Magno, memoria facoltativa), i Santi del martirologio (Santa Vittoria, Leopoldo il Pio), le letture dalla Bibbia della Liturgia della Parola (libro, capitolo e versetti: Sapienza 7, 22 – 8,1; Salmo 118, 89-91.130.135.175; Luca 17, 20-25), infine il responsorio del Salmo (“Luce di gioia, Signore, è la tua parola”). Anche se uno non va a Messa tutti i giorni, leggere in privato i passi della Bibbia indicati dal calendario liturgico può servire a farlo vergognare di meno. Quanto meno ciò gli ricorda che tutti i giorni passati e futuri sono stati creati dal Signore, e che per ogni giorno c’è una parola da ascoltare e almeno un Santo che lo guarda (vi pare poco?). Il calendario liturgico è il libretto rosso (davvero, la copertina è così) di ogni cattolico e serve a orientare il fedele, o se non altro a fargli capire che i preti non scelgono il colore dei paramenti a seconda dell’umore o della moda dei calzoni che indossano di sotto. Anzi, dovrebbe servire a questo: l’evenienza che la suora libraia si sia complimentata all’atto dell’acquisto suggerisce che non se ne vendano più di tanti. Sicuramente meno dei Calendari dell’Avvento, da queste parti.


Ma il nuovo anno liturgico inizia domenica 2 dicembre e quindi, se pure possedete un Calendario dell’Avvento, fate in tempo a comperare anche il calendario liturgico con un solo dito in meno.


(Il titolo di questo pezzo traduce quello ben più dignitoso di un classico della letteratura inglese: la Religio Laici di John Dryden, 1682.)

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