lunedì 7 febbraio 2011

Domenica mattina, cielo nuvoloso, temperatura bassa, vento insistente. Mi avventuro al centro, compro l’Observer, decido di andare a leggerlo alla libreria Blackwell’s che ospita un Caffe Nero (si scrive così, senza accento sulla “e”, e lo slogan dell’azienda vanta di produrre il miglior caffè a nord di Milano). Il caffè è oggettivamente discutibile ma il luogo è gradevole, se e quando si riesce a trovarvi un posto, ragion per cui mi metto in fila, ordino un macchiato e non lo pago (sarebbe una sterlina e quarantacinque, da quando hanno aumentato l’iva) perché ho la tessera fedeltà che trabocca di timbri a forma di chicco. Mentre mi accomodo, prima di aprire il quotidiano, mi accorgo che a un tavolino poco distante siede un fellow del mio stesso college: ha una trentina d’anni più di me e non me ne sovviene il nome, anche se qualche volta abbiamo chiacchierato a pranzo e ricordo distintamente che insegna storia medievale oppure biotecnologie farmaceutiche. Rapido cenno di saluto. Finito di leggere il giornale, mi alzo e esploro qua e là la libreria, in particolar modo i settori abitualmente negletti – storia, sociologia, filosofia – e al settore di letteratura greca antica rivedo lo stesso fellow che sfoglia un volume a caso. Ha ancora circa trent’anni più di me. Secondo cenno di saluto. Esco dalla libreria, faccio due passi, dopo di che mi dico che visto che sono in giro tanto vale andare a comprare il dentifricio che sta per finire; entro da Tesco, il supermercato popolare, e allo scaffale delle verzure scorgo il medesimo fellow, intento a consultare un radicchio. Ha sempre trent’anni più di me. Gli elargisco un terzo cenno di saluto e poi, all’atto del pagamento, a stento mi trattengo dal domandare alla cassiera: facciamo altri trent’anni di domeniche così?

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