giovedì 10 febbraio 2011

Viva Aldo Busi! Invitato da Alba Parietti all’ultima sua trasmissione su La7 che non so manco come si chiami, apparendo quale ospite teoricamente ignoto di là da un separé probabilmente in acciaio inox, Busi s’è sentito accogliere dalla bella presentatrice (oh, a me piace ed è sempre piaciuta) con la battuta: “Ma mi avevano detto che era un uomo!”. Al che Busi ha perso le staffe e ne aveva ben donde, perché non si può introdurre con una presentazione del genere uno scrittore come Aldo Busi, l’autore di Seminario sulla gioventù e Vita standard di un venditore provvisorio di collant che restano due dei picchi più elevati raggiunti dalla narrativa italiana contemporanea abitualmente invece lamentosa e banale (recentemente ho letto La delfina bizantina e l’ho trovato meno convincente per quanto scritto benissimo). La prosa di Busi è oggettivamente irreprensibile e ciò va oltre il fatto che sia omosessuale o che mantenga residenza fiscale a Montichiari (BS) o che si piazzi in testa un cesto di frutta e canti “La notte è piccola per noi, troppo piccolina”. E per un minuto, vedendo Busi stesso accanirsi contro la Parietti dicendo che non si può accogliere così uno scrittore come Aldo Busi (egli ha la tendenza di parlare di sé in terza persona, come Giulio Cesare e Maradona), ho sperato di assistere alla repentina rivincita della complessità letteraria sulla banalità televisiva, che deve per forza masticare tutto in formule preconcette onde preservare il telespettatore dal contatto con la realtà oggettiva presentandogliela già digerita e innocua, nella fattispecie negando che Busi sia uno scrittore da capogiro (almeno il primo Busi, io vado in ordine cronologico e per ora sono arrivato al suo terzo romanzo) e non un finocchio da operetta. La speranza però è durata un solo minuto, il tempo esatto in cui Busi paonazzo dall’ira ha strillato che lo scrittore Aldo Busi merita tutt’altro trattamento perché (parafraso, lui è stato più raffinato) è uno scrittore coi controcazzi e coi controcanguri. Dopo di che, forse anzi sicuramente infettato dall’occhio vigile e muto della telecamera, ha abbandonato la porta stretta e s’è lanciato nel pigro mainstream della lamentela omosessualista, asserendo che l’omosessualità è civiltà (perché? se io, a contrariis, vado a letto con una donna compio forse un atto incivile?) e che lui ha lottato per l’omosessualità da quando aveva tre anni e ora ne ha sessantatre (e se non avesse lottato, non meriterebbe comunque rispetto un autore sessantatreenne?), eccetera. Tuttta roba per la quale abbandonava l’orgoglio ferito e veritiero del singolo scrittore di genio che si sente ridotto a macchietta e si caricava sulle spalle la macchietta stessa di rappresentante dell’omosessualità nel piccolo schermo, ragion per cui – ma solo eccezionalmente in questa circostanza – abbasso Aldo Busi.

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