giovedì 7 aprile 2011

Dice Moravia, anzi lo diceva già nel 1965, che “il lettore oggi non tanto vuole leggere quanto avere l’impressione di aver letto”. Lo diceva ne L’Attenzione facendosi l’autocritica nei panni di uno scrittore che inizia a svendersi sui giornali mandando reportage dall’estero che avrebbe potuto benissimo scrivere al tavolino di casa propria, visto che sono tutti ricopiati da enciclopedie e atlanti; invece il pubblico, che nei suoi testi trova esattamente quello che aspettava di trovarsi, è entusiasta di tali prodotti perché (parole sempre di Moravia) sono come una scala mobile in cui uno sta fermo eppur si muove: così leggendolo i lettori hanno l’impressione di spostarsi dall’inizio alla fine dell’articolo e invece sono stati fermi per dieci minuti o una mezz’ora buona. Quest’intuizione folgorante, per la quale da tempo cercavo parole migliori, mi ha fatto capire all’istante perché riscuotano tanto successo giornali e autori che, se uno li leggesse, non varrebbero tre lire: perché al momento dell’acquisto del quotidiano o del libro il lettore viene colto da incantamento e resta in stato di ipnosi permanente dal momento in cui attacca la prima riga fino al momento in cui può vantarsi in società di aver letto e apprezzato il tal giornale o il tale autore. Moravia è tuttavia andato anche oltre le proprie intenzioni e mi ha fornito la soluzione a un secondo dilemma che mi attanagliava da tempo: perché la narrativa italiana contemporanea – e a beneficio dei professori di liceo chiarisco che per “contemporanea” non intendo Verga e Pirandello e nemmeno Vittorini e Pavese, intendo persone che oggi vivono e mangiano e respirano nel pieno delle forze e alla faccia nostra – dicevo, perché la narrativa italiana contemporanea puzza di prodotto in serie lontano un miglio, tanto che nella maggior parte dei casi si può dire che letto uno letti tutti? A me ad esempio è capitato di essere contattato da un paio di signorine che vogliono scrivere, ebbene scrivono esattamente come scrivono le varie Santacroce e Postorino e Bonazzi e Pugno, le quali di là da differenze minimali mi sembrano tutte scrivere alla stessa maniera e cioè come ci si aspetta che scriva una più o meno giovane scrittrice che non voglia allinearsi allo stile corrente, così da creare un bel gruppetto di alternative tutte uguali. Sia chiaro che spero di sbagliarmi e che il discorso vale anche per i maschi, i quali pure ricadono in quella che Camilla Baresani (la quale, a suo onore, non fa nomi) chiama “romanzi all’insegna di una sterile affabulazione, pagine che magari hanno un sapore suggestivo ma dopo poco mostrano di avere la consistenza e l’effetto del fumo negli occhi”. Io credevo che fosse colpa della creazione di una scuola o cricca di autori che tendono a imitarsi a vicenda, oppure delle case editrici che preferiscono sovente andare sul sicuro e c’è da capirle, oppure del pubblico scimmiesco di cui sopra. Invece ho capito all’improvviso che la segreta aspirazione di queste signorine e di questi signorini e di questi giovani scrittori di venti trenta e cinquant’anni è precisamente quella di allinearsi all’andazzo: quando pigiano a casaccio sulla tastiera del proprio portatile non vogliono scrivere ma avere l’impressione di avere scritto.

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