martedì 12 giugno 2007

Cinque libri che mi hanno cambiato la vita

(Gurrado per Ore Piccole)
Il fico fa bene alla vista
Gli uccelli ne mangian quintali
E quasi nessuno ha gli occhiali.
(Francesco Guccini, I Fichi)

Più passa il tempo più mi rendo conto che a nessuno piace leggere. Nel senso: a nessuno piace veramente leggere su scala assoluta, nessuno abbandonerebbe un’attività più piacevole per prendere in mano un libro. Vi immaginate voi, che ne so, di essere a cena con Claudia Schiffer – no, meglio una più giovane – a cena con Maria Sharapova, Jennifer Aniston e Scarlett Johansson tutte insieme e di dire prima ancora che arrivi il dessert: “Scusate tesore, ma devo abbandonarvi poiché sento l’insopprimibile bisogno di andare a leggere Brucia Troia, dove Brucia Troia non ha niente di personale con nessuna di voi ma è il titolo dell’ultimo romanzo di Sandro Veronesi”? Oppure vi è mai saltato in mente, mentre tutti intorno a voi ululano per la finale di Champions League, di richiedere silenzio perché non riuscite a concentrarvi su Il Libro Nero dell’Agricoltura Italiana: cinque anni di politica agraria italiana, europea e internazionale (editore Franco Angeli, 2007)? Uscite allo scoperto, sono sicuro che al contrario avete più di una volta messo giù Guerra e Pace perché non potevate fare a meno di guardare la tv, oppure che all’ultimo gruppo di studio cui avete partecipato siete finiti a torturare i margini del manuale di Diritto Civile nell’attesa che arrivasse il vostro turno di giocare con la playstation. Per questo motivo – ritenendo che i libri in fin dei conti non siano che dei riempitivi o peggio ancora dei palliativi per la solitudine o la delusione o la noia o quant’altro – ho una certa remora ad accettare l’idea che addirittura i libri possano cambiare la vita; ma poiché un amico mi ha esplicitamente chiesto di selezionarne cinque proprio secondo questo criterio, ed io essendo una persona talmente educata da non potergli rispondere che i libri semmai cambiano la vita in peggio (e ne leggo almeno dieci al mese, quindi ne saprò qualcosa), dopo svariate notti insonni sono arrivato al significativo elenco che riporto di seguito e che tenterò di giustificare – seguendo l’ordine di apparizione nella mia vita con conseguente cambiamento.

1. Almanacco Illustrato del Calcio 1989 [a cura di Arrigo Beltrami, Panini, Modena 1988] Per un libro, essere sulla mia scrivania non è un complimento molto indicativo, visto che la scrivania è stata esautorata del proprio compito originario per fungere da scaffale aggiunto dell’insufficiente libreria, ospitando dunque libri a centinaia, uno sull’altro. Però fatto sta che dopo quasi vent’anni l’Almanacco è ancora là: la copertina (che ritrae Franco Baresi in maglia azzurra velleitariamente inseguito da un tizio che mi figuravo appartenesse alla temibile nazionale maltese) è quasi venuta via, le pagine si stanno sfaldando, i contenuti sono – manco a dirlo – obsoleti. Di tanto in tanto, tuttavia, non posso trattenermi dal tornare a darvi una sbirciata, e controllare ad esempio l’avversaria del Verona nei trentaduesimi di coppa UEFA (il Pogon Stettino, 1-1 in trasferta e 3-1 in casa, ormai lo so a memoria). Ammetto che l’utilità pratica di tale gesto possa sfuggire ai più; ma mi serve come atto proustiano, per ritrovare memorie sepolte dalla crescita; il bello dell’Almanacco del 1989 è che mi ha non solo consentito di scoprire come si trasforma il dinamismo (ossia la motilità del calcio e le sue alterne vicende) in staticità (ossia i risultati fissati nel tempo, eternamente, e il complesso sistema di cause e conseguenze che ordina e incastra le diverse competizioni dell’universo pallonaio) – ma soprattutto di sapere, lasciando scorrere gli occhi sulle nude statistiche, dove acciuffare le emozioni passate, svelandomi così all’età di otto anni quasi compiuti che parole (e cifre) stampate su carta non camminano mai da sole nella testa del lettore.

2. Ulisse, di James Joyce [nella traduzione di Guido De Angelis, Oscar Mondadori, Milano 1994] Se mai mi capiterà d’incontrarlo, possibilmente nell’altro mondo, la prima cosa che chiederò a Joyce sarà: “Ma lo sa che la mia prima copia dell’Ulisse l’ho comprata dal giornalaio?”; al che lui con ogni probabilità risponderà, se non è ubriaco: “Pensi che anche il libro che mi ha ispirato l’Ulisse l’ho trovato nell’edicola di una stazione”. La folgorazione con l’Ulisse, quando avevo 15 anni, secondo me va ricercata proprio nella sua inattesa manifestazione (dal giornalaio; di domenica mattina, dopo messa e prima del pranzo con gli zii); se fossi andato a cercarmelo in una libreria, o peggio ancora in una biblioteca, il momento precedente la lettura si sarebbe caricato di troppe aspettative e/o pretese intellettualistiche, mentre al contrario è stato come se lui avesse cercato me, tendendomi un agguato con la tacita complicità di Berardo (il giornalaio, appunto). Costava sedicimila lire, che allora ero tutto ciò che avevo nel portafoglio, e rompermici la testa per i mesi successivi, leggerlo e rileggerlo negli anni, comprare l’originale inglese e la traduzione francese, affratellarlo con tante copie di edizioni differenti, sommergerlo di seconda letteratura talvolta costosissima – insomma tutto questo, iniziando dal fortuito incontro dal giornalaio, mi ha insegnato due cose uguali e contrarie, volendo sintetizzare all’estremo: che tutti gli avvenimenti possibili possono essere narrati, e che ogni avvenimento ha infinite maniere per poter essere narrato. Ragion per cui lo scrittore deve saper coprire con un solo sguardo tutto il mondo e riscriverlo meglio. (Fra parentesi, il libro trovato nell’edicola della stazione che ha cambiato la vita a Joyce è I Lauri Senza Fronde di Edouard Dujardin).

3. Voltaire, di Alfred J. Ayer [Il Mulino, Bologna 1990] Sia chiaro per prima cosa che non è un gran che. Si tratta di un breve saggio biografico, con l’evidenziazione di qualche filone teorico, che peraltro ho una pericolosa tendenza a confondere con il volume gemello (Introduzione a Voltaire) opera di Paolo Alatri e pubblicato l’anno prima da Laterza. D’altra parte in vita sua Alfred J(ules) Ayer s’è occupato di ben altro (tanto per dare un’idea, ha scritto Linguaggio, Verità e Logica come se niente fosse), così che la sua biografia di Voltaire non ha né la densità narrativa della biografia di Theodore Besterman (Voltaire, Feltrinelli, la bellezza di 565 pagine) né la profondità concettuale del monumento di Peter Gay (Voltaire Politico, Il Mulino). Però è stato il primo dei cinque testi specifici che nella tarda estate del 2000, con un occhio alle Olimpiadi di Sidney – ricordo di averlo lanciato in aria per salutare l’oro di Antonella Bellutti nel ciclismo su pista, a futuro scorno dei bibliotecari dell’università di Pavia –, ho iniziato a leggere per preparare la tesi di laurea (Voltaire e gli ebrei, discussa due anni dopo) dalla quale è poi scaturita la tesi di dottorato (Voltaire e qualcos’altro in cui c’entrano comunque gli ebrei, non ancora discussa né tampoco rilegata). Così che l’agile libretto di Ayer è diventato il giro di boa nei miei studi e l’unità di misura della conoscenza di (indovinate chi?) Voltaire, ora che sono alla vigilia del mio primo convegno parigino su (manco a dirlo) Voltaire, nel quale vedrò trasformarsi in persone in carne e ossa i nomi stampati i cui saggi su (come forse avrete intuito) Voltaire che hanno scandito i miei ultimi sette anni; rincresce apprendere che in tale circostanza non avrò l’onore di conoscere AJ Ayer, il quale era già morto quando Il Mulino pubblicava la sua biografia di – eh già, di Voltaire.

4. La Preghiera del Mattino e della Sera [imprimatur di † Vincenzo Zarri, Edizioni Dehoniane Bologna, curiosamente Cuneo, 2002] Ovvero il salterio, o meglio ancora la liturgia delle ore. A beneficio soprattutto della mia migliore amica che non sa nemmeno chi è Frate Indovino, si tratta di una raccolta di salmi e cantici dalla Bibbia divisi per quattro momenti al dì (Lodi al mattino, Ora Media al pomeriggio, Vespri alla sera e Compieta di notte, grossomodo) e strutturati a cicli di quattro settimane (ossia un mese), che a loro volta intersecano le quattro fasi principali del calendario liturgico (tempo di Avvento, tempo di Natale, tempo di Quaresima, tempo di Pasqua; fra i quali fa da collante il tempo ordinario) – col mirabile effetto che in un libricino di, un attimo che controllo, 733 pagine sottilissime, si trova compagnia indefettibile per tutto il resto della propria vita al modico prezzo di tre euri virgola sessantadue (una birra costa di più e dura di meno). Ovviamente, va usato e va usato bene, come cerco di fare da un paio d’anni (prima no, si è troppo giovani): le Lodi è bene recitarle prima di colazione, ché le preghiere a panza piena precipitano subito; la scelta dell’Ora Media (le nove, le dodici o le quindici) è la guardia montata alla giornata lavorativa (è difficile fermarsi a pregare durante un’attività disonesta, o svolta non a dovere); i Vespri possono diventare la retrospettiva sul male quotidiano, così che sono l’ora che il più delle volte si lascia di recitarli per non provare vergogna; e devo cedere la voce a Cristina Campo riguardo alla Compieta, “che contiene tutto, assolutamente tutto quanto occorre per affrontare la notte”. Su un piano privato, dunque, la liturgia delle ore è uno sguardo verso il basso, un’occhio gettato sulla vita di ognuno; su un piano pubblico, invece, la diffusione capillare del volumetto, insieme agli effetti del fuso orario e alla necessità per ciascuno di anticipare o posticipare un poco le preghiere per via degli impegni personali fa sì che da qualche parte nel mondo ci sia sempre qualcuno che sta pregando, e che per pregare legge.

5. Il Romanzaccione, di Antonio Gurrado [non so come né dove né quando] Nel tempo libero che non dedico a seguire la liturgia delle ore, a scrivere la seconda tesi di fila su Voltaire, a comprare sempre nuove edizioni dell’Ulisse e soprattutto a non memorizzare il risultato di qualsiasi partita di calcio avvenuta sotto il cielo, scrivo. E questo comporta una grave sofferenza, poiché le altre attività sono comunque tutte correlate all’atto di leggere e di scrivere, e per chi non lo sapesse scrivere un romanzo (anche quando non è il primo) rende necessario leggerne a bizzeffe (anche quando non ne varrebbe la pena), e non ha solo a che fare con l’agitare scompostamente i polpastrelli sulla tastiera. Finisce dunque che la parte di giornata non in ostaggio di qualche libro altrui resta ugualmente prigioniera del libro mio: quando lo scrivo perché sto scrivendo, quando non lo scrivo perché mi viene il rimorso, quando mi faccio la doccia perché ci penso e quando vado a coricarmi perché temo di morire prima di finirlo. Il risultato di tutto ciò è che ci vedo sempre meno, come ben sa il mio oculista [cfr. Dante Alighieri, Inferno, canto V, verso 123: “e ciò sa ’l tuo dottore”; ma anche James Joyce, Finnegans Wake, libro II, capitolo 2, righe 25-26: “and that’s what your doctor knows”].

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