sabato 8 dicembre 2007

Lo Stato dei Licei: 3, il gran consiglio

[A che età si diventa grandi? È un po’ come chiedersi quanti granelli di sabbia sono sufficienti a fare un mucchio, quanti alberi fanno un bosco (cento: se sono novantanove si tratta di un arboreto) o quanti terzini destri argentini debbano ancora essere comprati dall’Inter. I decreti delegati, che hanno introdotto nella scuola la democrazia e con essa la rovina irreversibile, obbligano di anno in anno una classe liceale a scegliere al proprio interno i due membri più autorevoli, più alfabetizzati, più verosimili – in una parola più adulti – per rendere conto delle comuni malefatte nel consiglio di classe. Ammantati dalla nobiltà che deriva dall’ingresso nella scuola al pomeriggio, quasi fosse un vero luogo di lavoro, i rappresentanti di classe si presentano vestiti bene e magari con un quotidiano in tasca per darsi un’aria più cresciuta di fronte ai professori; finché non si rendono conto che questi stessi professori, una volta lasciati a sé stessi senza il controllo di una ventina di adolescenti, l’età adulta non l’hanno ancora raggiunta del tutto. Sarà perché la scuola mantiene giovani?]

Gurrado, si è solitamente abituati a trovare dall’altra parte della cattedra un solo insegnante, un singolo e solitario individuo, che pure ha potere di vita e di morte su tutte le decine di alunni che siedono dietro ai banchi. Il manico del coltello è dalla sua parte [Nota di Gurrado: sarà che il manico ce l’ha lui, ma in alcune scuole che conosco io il coltello ce l’hanno gli alunni, sul serio], o meglio, è dalla sua parte il famigerato registro scolastico, arma molto più potente e temuta. Eppure, come si suol dire, è l’unione a fare la forza: l’idea di essere in tanti contro uno solo può alleggerire la frustrazione degli studenti, e placare un poco lo spirito, sadico per natura, dei professori.

La situazione acquista però una tinta più fosca quando i ruoli si invertono, e cioè quando gli studenti diventano improvvisamente un’esigua minoranza, in opposizione al gran numero di insegnanti dietro la cattedra: ciò avviene durante il Consiglio di Classe. Alla mia collega Eleonora F e a me è stato assegnato l’ingrato compito di rappresentare la Terzaddì in sede di consiglio [NdG: devo trarre indebite conclusioni? Ai miei tempi, in quarta ginnasio, avevamo frainteso il senso dell’elezione e avevamo nominato rappresentanti Lucia e Annarita, sull’esclusiva base della considerazione che si trattava, ehm, delle due più gnocche], e di varcare quindi le porte di un’aula dove i nostri professori hanno appena terminato lo scrutinio per le pagelle di metà quadrimestre, nonché discusso sui numerosi e svariati problemi riguardanti la nostra sezione. Il clima generale non è dunque tra i più distesi, e risuonano ancora nell’aria tutte le velate imprecazioni [NdG: si noti la raffinatezza stilistica di Silvia G la quale, probabilmente senz’accorgersene nemmeno, ha lasciato cadere dal proprio inconscio letterario nelle “velate imprecazioni” il riferimento del Foscolo all’ “Amore in Grecia nudo e nudo in Roma / d’un velo candidissimo adornando”, etc. etc.] e i coloriti insulti pronunciati dagli insegnanti fino a un attimo fa. Entrando, noto infatti che le loro gote sono alquanto arrossate, forse a causa della temperatura decisamente eccessiva dei caloriferi, o più probabilmente per via del disperato impeto che hanno messo nel dare sfogo ai loro sentimenti di sconforto.
Saluto con garbo e mi siedo. Davanti a me, un quadretto che ricorda vagamente L’ultima cena di Leonardo: una lunga tavolata composta da alcuni banchi uniti, imbandita di agende, registri e scartoffie varie, dietro la quale siedono, solenni e severi, tutti i docenti, pronti a pronunciare il loro grave giudizio conclusivo. Al centro, la già citata professoressa Fiorello, insegnante di latino e greco, coordinatrice di classe, nonché portavoce ufficiale del malcontento generale; accanto a lei, la professoressa Selli, che insegna chimica e geografia astronomica, donna apparentemente innocua che nasconde però un profondo risentimento nei confronti di tutti gli studenti di sesso maschile, in quanto si mormora che il fidanzato l’avesse abbandonata a un passo dall’altare in gioventù, trasformandola, da fanciulla ingenua e accomodante, in una femminista attiva, nonché in un’autentica zitella
[NdG: succede sempre così; ragion per cui amo le donne maschiliste]; procedendo, ecco la professoressa Pedro, personaggio obeso, ambiguo e annoiato, grande amante del caffè e dei cioccolatini, a cui sono affidate la matematica e la fisica; alla sua sinistra, la professoressa Arcangelo, insegnate [ndG: presumibilmente "insegnante", ma come di consueto opto per la lectio difficilior, grazie alla quale Silvia G mette in risalto l'insegnamento patito dall'insegnante insegnata dagli imparanti imparati, manco fosse Heidegger] irrisolta e senza speranza, che tenta con tutta la buona volontà di rendere interessanti le sue lezioni di storia e filosofia, ottenendo però penosi risultati; si procede con la professoressa Gatto, una delle tante insegnati [ndG: idem come sopra, con l'aggravante dell'ambiguità sessuale, ma la professoressa Gatto evidentemente non è una professoressa Gatta] di ginnastica convinte che la loro materia abbia lo stesso valore e la stessa importanza delle altre; di fianco a lei, la professoressa Allori, già predisposta alla pazzia fin dalla nascita, esplosa però nel più drammatico delirio solo dopo l’abbandono del marito, la quale dovrebbe insegnare storia dell’arte, anche se fondamentalmente vaneggia [NdG: si vede che è dadaista]; alla sua sinistra, la professoressa Ivani, docente d’inglese frustrata dalla competizione tra le lingue vive e le lingue morte, nonché lunatica zitella; infine [NdG: rendetevi conto, ignoranti che non siete altro, che mentre voi perdete tempo su internet e cascate qui per caso dopo aver morbosamente cercato “giovani liceali” o “professoresse severe” su Google, motore immobile del male assoluto, la piccola Silvia G ha già tanta cultura entro il proprio perimetro corporeo da utilizzare con disinvolta scioltezza la teichoscopia come tecnica narrativa; e se non sapete che minchia è mai questa teichoscopia, rileggetevi il terzo canto dell’Iliade in cui le forze armate mirmidoni vengono mostrate con una carrellata dalle Mura di Troia, roba che Baricco se la sogna], a ricoprire il ruolo di un benefico Giuda è il professor Boni, insegnante di letteratura, che non solo tradisce questo cenacolo di stravaganti donnette essendo uomo, ma che si differenzia da loro per la garbatezza dei modi, l’eccellente professionalità, la piacevolezza delle lezioni, la straordinaria competenza e la generale amabilità che lo contraddistinguono. Costui è inoltre l’unico tra i professori a non manifestare alcuna ostilità nei nostri confronti, poiché tutti i suoi studenti lo stimano e lo adorano, e nessuno si permetterebbe mai di turbare una sua lezione, o anche solo di distrarsi. Conscia della mia piccolezza e della mia impotenza di fronte a tante e tali autorità, chino il capo e mi preparo al peggio: il verdetto che la professoressa Fiorello si accinge a pronunciare mi pioverà addosso come una travolgente cascata, e i miei argomenti di difesa saranno poveri e drammaticamente insuf- [NdG: quale sarà il verdetto della professoressa Fiorello? Riuscirà Silvia G a sopravvivere a cotanta furia? Il testo si interrompe all’ultimo rigo, bisognerebbe girare la pagina ma, nel foglio a quadretti che ho strappato dal quaderno di Silvia G, il retro è costituito da delle considerazioni sintetiche ma piuttosto entusiastiche riguardo a personaggi presumibilmente famosi la cui identità mi è ignota. Procurerò di sottrarle questa settimana la pagina successiva col resto del resoconto, ma per ora non ci sono santi e il manoscritto si interrompe qui.]

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