giovedì 21 febbraio 2008

TuttoCoppe (seconda passata)

Non è stato uno spettacolo rallegrante vedere il Milan impaniarsi nella ragnatela sapientemente tessuta dall’Arsenal all’Emirates Stadium: sapientemente fino a un certo punto, però, visto che i bombardieri sono stati ottimi in fase di copertura (Hleb raddoppiava pressoché costantemente su Pirlo, sovente rincoglionendolo) ma molto meno in fase propulsiva. Adebayor sarà vicecapocannoniere della Premier League (18 goal contro i 19 dello svenevole Cristiano Ronaldo) ma ha due ferri da stiro al posto dei piedi e, quando al 94’ si tratta di schiacciare di testa nella porta semivuota, ha la bella pensata di alzare il pallone che quindi impatta dritto dritto la traversa. Se fossi Arsène Wenger, saprei chi prendere a calci nel sedere. Per fortuna non lo sono, Wenger: e quindi posso permettermi di dire che Adebayor sarebbe il miglior attaccante in circolazione se il gioco del calcio non consistesse tanto nel segnare quanto nell’arrivare primi alla linea di porta. È sgraziato, caracolla, pare sempre sul punto di crollare trafitto da un’immaginaria lancia, ma sui passaggi in profondità ha fatto venire i vapori ai centrali del Milan che gli correvano dietro e a me che li guardavo terrorizzato. Al ritorno, col pallino del gioco in mano al Milan casalingo, potrebbe essere un problema.



Zero a zero non è un risultato gradevole da gestirsi in casa, sicuramente: per quanto l’Arsenal rassomigli di più al Portogallo, che gira gira e non tira mai in porta (o tira loffo e centrale, sì da permettere a Kalac di arrivarci sorridente), prendere un goal prima o poi capita – e comunque a San Siro bisognerà vincere, cosa mica facile quest’anno. Per vincere infatti bisogna segnare e insegnare a Pato che non è necessario dribblare pure la bandierina del calcio d’angolo, alle volte si può anche tirare dritto per dritto. Altrettanto, se si fa giocare Gilardino bisogna rifornirlo di cross, altrimenti è come comprare un cane mastino e nutrirlo di Wiskas, l’alimento che solo i gatti comprerebbero. Poi magari Inzaghi fa il miracolo, chissà.

Di sicuro ieri è emersa netta la sostanziale differenza fra Inter e Milan: entrambe sono andate in Inghilterra a giocare partite variabili fra il pessimo e il preoccupante, ma l’Inter ha perduto peggio di quanto meritasse e il Milan se l’è cavata meglio di quanto temesse. Questione di esperienza e di approccio mentale (oltre che del terror panico che assale i nerazzurri ogniqualvolta sentono la canzoncina-sigletta universale della Champions; bisognerebbe iniziare a suonarla anche in campionato). L’Inter paga lo stesso errore di valutazione fatto da Romano Prodi quando giurava e spergiurava che avrebbe governato in eterno; non considerando che se alla Camera (id est in campionato) il premio di maggioranza nazionale gli garantiva un margine incrollabile, al Senato (id est in Coppa dei Campioni) la musica, appunto, è tutt’altra. Prodi ci ha rimesso le penne, Mancini quasi – è presumibile che presto si terranno le primarie per il nuovo allenatore (Mourinho? Benitez? Il mago di Arcella?).



Un’occhiata anche agli altri ottavi. L’Olympiacos Pireo ha bloccato sullo 0-0 il Chelsea nientemeno, ed è stata la ragguardevole punizione che gli dèi dell’Olimpo hanno assegnato agli inglesi per la ybris di essersi travestiti da evidenziatori (erano inguardabili, facevano cambiar canale più ancora che per come giocavano). Lo Schalke04 inguaia il Porto, che però in casa segna sempre; bisogna vedere quanti ne prende. Ammirevole il Fenerbahçe che, dopo aver sconfitto l’Inter in autunno con una partita sostanzialmente perfetta, azzanna tre volte un Siviglia particolarmente reattivo e (occhio) relativamente perforabile in casa, dove non ha mai tirato giù la saracinesca (è il difetto delle squadre spettacolo: che cioè ogni tanto lo spettacolo lo fanno fare agli altri). Onore al Celtic e a Vennegoor of Hesselink, l’attaccante dal cognome più lungo del mondo (batte il record di Eric Rabesandratana, centrale del Paris Saint Germain che una decina d’anni fa uccellò un Milan imbarazzante), il quale non scatenerà ululati isterici ma fa ciò per cui lo pagano, ossia sbatterla dentro quando l’occasione gli è propizia; detto questo, il Barcellona al ritorno vincerà 4-0 o giù di lì. Lione e Manchester United pareggiano il derby fra realtà sopravvalutate.

Per il puro piacere di essere smentito dai fatti, azzardo la previsione sulle otto qualificate: Liverpool, Chelsea, Real Madrid, Schalke04, Arsenal, Barcellona, Fenerbahçe e Manchester United: sì, nessuna italiana e quarantamila inglesi – quest’anno va così.

Due parolette infine per la Fiorentina, chiamata a non addormentarsi in casa dopo aver cotto il Rosenborg a domicilio, e per il progressivo intristimento della Coppa Uefa, che un tempo era una cosa seria e che ora come ora è diventata un impaccio o, peggio ancora, un imprevisto per giocatori, allenatori, tifosi e giornalisti, stante la formuletta: “Ah, sì, la Coppa Uefa”. Ora vado dal barbiere, che è meglio.


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